La freccia ed Il fidanzato delle ragazze
Finalmente insieme in un'unica vetrina le due ultime pubblicazioni di Andrea Luce.
Tratto da "La Freccia"
Diciassette novembre, 4 (quattro)Oggi è il mio trentacinquesimo compleanno.
Melagrane, Pomi Punici, Balauste.
Mi inchino e con profonda cautela trascrivo senza neppure verificare su Internet o sul dizionario questi sinonimi che ho trovato per Melagrane, mi piacciono e non voglio che qualcuno li possa smentire.
Comunque, melagrane, centinaia di melagrane che piovono dal cielo, piccole o grandi, gialline o rossicce, come sfere lisce o un po' bitorzolute, soffici, morbide come se fossero di spugna, senza la consistenza e peso reali.
Toccano il suolo e invece di sgranarsi in migliaia di poliedrini cremisi, rimbalzano e rimbalzano e si posano rotolando delicatamente per terra.
Dentro sono melagrane normali, come tutte le melagrane del mondo, con quel fascino dell'avventura che si sprigiona quando le apri, l'intuizione che ti ci vorrà un sacco di tempo per poterne mangiare solo una, ma proprio per quello le apprezzi. Uno ad uno, un rubino alla volta.
Qualche volta metti insieme una piccola manciata per goderne la dolcezza complessiva ma sempre ne cade qualcuno che macchia il vestito o il tappeto.
Un rubino alla volta.
La ricchezza va gustata piano, con concentrazione.
Un bacio profondo, rosso come il succo di questa melagrana che mi ha fatto pensare alle tue labbra.
Tratto da "La Freccia"
Tratto da "La Freccia"
Venticinque dicembre, 0 (zero)Natale, dicono.
Lettera fuori numerazione.
Non la sento meritevole del proseguimento della sua specie.
Non riesco a scrivere.
Come se l'inchiostro avesse smesso di essere fluido e rendesse rigido il movimento della penna sul foglio, lento, difficilissimo.
Forse sono le idee che si muovono al rallentatore dentro di me. Sto facendo la moviola ai ricordi recenti.
La mia mente sembra incastrata in mezzo a cento pensieri e non riesce a scappare; sta cercando l'uscita di sicurezza ma trova solo insicurezze.
Sono angosciato. Solo angoscia mi pare il termine che meglio esprime questo senso di ineluttabilità che mi esce dagli occhi.
Van Morrison è instancabile a sfondarmi i timpani.
Mi manca l'intimità di un rifugio, un luogo sazio della mia personalità, un buco che mi assomigli, un ambulatorio segreto dove curare le mie tristezze in solitudine, la profonda dignità di una camera privata dove potermi sdraiare nel silenzioso urlare della mia anima, senza dover spiegare a nessun altro la dimensione della mia infelicità.
Questo è forse il motivo che mi porta qui, in ufficio il giorno di Natale, a scrivere in dialetto digitale su questo computer, a taglia-cucire le frasi che ho inciso col bulino della penna sul quaderno durante il giorno.
Sto asfaltando questa strada con la mia solitudine.
I miei rocciosi idealismi si stanno sgretolando, diventando ghiaia.
La mia assurda "legge di compensazione" mi sta crollando addosso con le sue pesanti pietre.
Ho più bernoccoli che capelli su questa mia utopistica testa.
Aspetta, fammi chiudere gli occhi un secondo.
E' tornata questa stupenda canzone di Van e voglio ascoltarla, stando un attimo chiuso nel mio corpo.
Voglio sentire il percorso di questa goccia sonora, voglio seguirla in ogni millimetro che percorre. Voglio giocarci, inclinando il viso leggermente e permettergli di bagnarlo scendendo in tralice.
E come sempre non provo disagio. Piangere da solo, fa parte di me anche questo, lo accetto come prova di forza.
E' acqua calda; la traccia umida che lascia sulla mia pelle, mi fa apprezzare il contatto con l'aria fredda che mi circonda, il riscaldamento è spento nei giorni di festa.
Questo liquido inarrestabile nei miei occhi odierni, reagisce agli stimoli esterni più di quanto faccia io.
Ancora non si è sciolto questo inchiostro di polvere sul quaderno, né si muove questa tastiera di pietra.
Scrivo lentamente, con lo sforzo fisico di un manovale che erge un muro per difendersi dal resto del mondo.
Ma non voglio murarmi vivo dentro di me. Già mi manca il respiro.
Come una cipolla, devo liberarmi velo su velo da queste stratificate malinconie annunciate.
E trovare qualcuno che voglia bagnarsi le mani, toccandomi.
E' già nata, io lo so e per questo non riesco a smettere di cercare.
Per fortuna era una zero. Perciò la negazione fatta numero. Il vuoto assoluto.
Rinnegabile in qualunque momento.
PUBBLICATO "LA FRECCIA"

"Avrei dovuto prevederlo che non ero tagliato per fare il pendolare.
Mica riesco a dormire, io, come tutti gli altri, con le gambe allungate e le scarpe appoggiate sul sedile di fronte e la testa reclinata, che si imbernoccola sul vetro, ad ogni increspatura dei binari.
Io sono un incontinente espressivo.
A me, appena mi siedo, mi scappa subito da scrivere. "
Un bizzarro ed inquieto soliloquio epistolare, un corteggiamento senza adulterio, attraverso l'intensa intimità del racconto dei sensi.
L’immobile deflagrazione di un sentimento, senza spargimento di sangue.
Mica riesco a dormire, io, come tutti gli altri, con le gambe allungate e le scarpe appoggiate sul sedile di fronte e la testa reclinata, che si imbernoccola sul vetro, ad ogni increspatura dei binari.
Io sono un incontinente espressivo.
A me, appena mi siedo, mi scappa subito da scrivere. "
Un bizzarro ed inquieto soliloquio epistolare, un corteggiamento senza adulterio, attraverso l'intensa intimità del racconto dei sensi.
L’immobile deflagrazione di un sentimento, senza spargimento di sangue.
Beatrice Lakes su "Il fidanzato delle ragazze"
Torno adesso, stordita e infreddolita, dalla terrazza sulla quale mi ero posizionata alle 19, sole in faccia, a leggere il libro.Il tempo passa, insieme alle pagine, neanche sento il freddo...
arrivo a pagina 166 con gli occhi umidi e il magone in gola, la posizione yoga a chiusura del libro, e mi accorgo che ho finito.
In effetti il sole non c'è più, il mio coinquilino sta facendo la cena e sull'orologio c'è scritto 21!
E io devo essere in preda a quello che descrivi come "inquietudine illogica di qualcosa che vuole uscire a tutti i costi dalla testa (in questo caso la bocca, forse), l'indisciplinato turbamento nella ricerca del modo per farlo uscire (...) il malumore quasi istantaneo per la consapevolezza, spesso errata, che poteva essere realizzato meglio".
Appena avrò cliccato su Invia Mail, penserò "potevo aspettare domani, scema che non sono altro...e quante cazzate ho scritto".
Pazienza.
L'impeto nella lettura mi ha fatto imbrattare il libro di segni per non perdere di vista i passaggi che mi hanno emozionato o fatto ridere all'improvviso...
L'avventura comincia dai nomi: spiazzante l'idea dei nomi alla rovescia.
Tutti invertiti a parte Andrea, a mezzo tra i generi.
Dopo l'iniziale fastidio per quei nomi "che non tornano", ci si affeziona alla stranezza di quei nomi da uomo che finiscono in -a e quelli da donna che finiscono in -o, e si attende il prossimo personaggio per stupirsi ancora un po’...
Si rimane incollati alla pagina da subito.
Scusa questo entusiasmo ma solitamente non leggo storie (si dice romanzi? o narrativa?) ...preferisco testi di vario genere, ultimamente tanta psicologia; mi annoia la narrativa, come andare al cinema, mi sembra di averne abbastanza delle mie storie per poter affrontare quelle degli altri (al contrario che nella vita quotidiana, dove le storie altrui m’interessano più delle mie).
Poi qualche mese fa ho letto Ammaniti e sono rimasta di stucco: bevuto d'un sorso, come il tuo libro. Dovrò ricredermi sulla "narrativa"...
Ho trovato nel tuo libro un concentrato improbabile di idee originali, sulle persone, sulle cose, sui luoghi, espresse in un modo accattivante e stimolante per l'immaginazione e i sensi.
Intuizioni insolite, chissà se dettate da esperienze, o da empatia e osservazione del mondo... alcuni spaccati sull'emotività dei personaggi che descrivi sono così acuti che lasciano immobili... pennellate improvvise e dai colori intensi.
Mi è rimasto impresso anche il taglio scenografico di alcune scene che racconti... inquadrature che sembrano di una macchina da presa più che di una penna (o di una tastiera dovrei dire, ormai!).
Che dire? Mi hai regalato un bel fine giornata, sicuramente inaspettato e intenso...
Il tuo libro mi ha fatto ridere e commuovere, e pensare che vorrei farlo leggere a un paio di persone che lo apprezzerebbero molto.
Sai cosa ho tralasciato di scrivere?
Che c'è una grande sensualità nel racconto e che è animato da pensieri ribelli...
Beatrice Laghi
Presentazione de "Il fidanzato delle ragazze" a Firenze
Strepitoso e inaspettato successo per la presentazione del libro “Il fidanzato delle ragazze” di Andrea Luce.
Nei locali della “Artevariarte SLV Sede e Logo Variabile” allestiti appositamente in Firenze, il 17 maggio è stato presentato il libro di questo autore italiano.
Per scelta dello stesso Luce, il romanzo è acquistabile solo attraverso Internet, nel classico formato cartaceo e presto sarà tradotto anche in lingua spagnola.
E’ disponibile anche una versione in anteprima, gratuita e scaricabile in formato elettronico.
L’affluenza al dibattito ha superato le aspettative, nonostante il romanzo sia di recentissima pubblicazione e non sia stata data comunicazione ufficiale all’evento.
Presenti anche l’artista Rossorame che ha curato la copertina con efficace semplicità e l’artista Guido Tasselli, intervenuto poco prima della conclusione, per commentare le immagini con le quali è stato chiamato ad interpretare il testo, arricchendo le pagine del libro.
Il tema trattato è la diversità, in molte delle sue ingannevoli sfumature, diversità osservata da Andrea Luce collocando la voce narrante direttamente all’interno dei personaggi stessi, mentre essi guardano verso l’esterno, vivendo il presente e raccontando il passato.
I nomi volontariamente “invertiti” ridicolizzano gradevolmente le convenzioni scritte e non scritte sui generi maschio e femmina.
Una riflessione urbana sulla ricerca dell’identità affettiva, un’occhiata alle inquietudini che spesso accomunano eterosessualità, omosessualità e bisessualità, una critica all’intolleranza in senso generale.
A quest’ultimo proposito mi è piaciuto molto l’intervento dell’autore, soprattutto per la frase “tolleranza è una parola intollerante per natura”.
Un libro che tiene conto dell’evoluzione e dell’involuzione naturale delle cose.
Un libro attuale.
Cesare Quadrifogli
Nei locali della “Artevariarte SLV Sede e Logo Variabile” allestiti appositamente in Firenze, il 17 maggio è stato presentato il libro di questo autore italiano.
Per scelta dello stesso Luce, il romanzo è acquistabile solo attraverso Internet, nel classico formato cartaceo e presto sarà tradotto anche in lingua spagnola.
E’ disponibile anche una versione in anteprima, gratuita e scaricabile in formato elettronico.
L’affluenza al dibattito ha superato le aspettative, nonostante il romanzo sia di recentissima pubblicazione e non sia stata data comunicazione ufficiale all’evento.
Presenti anche l’artista Rossorame che ha curato la copertina con efficace semplicità e l’artista Guido Tasselli, intervenuto poco prima della conclusione, per commentare le immagini con le quali è stato chiamato ad interpretare il testo, arricchendo le pagine del libro.
Il tema trattato è la diversità, in molte delle sue ingannevoli sfumature, diversità osservata da Andrea Luce collocando la voce narrante direttamente all’interno dei personaggi stessi, mentre essi guardano verso l’esterno, vivendo il presente e raccontando il passato.
I nomi volontariamente “invertiti” ridicolizzano gradevolmente le convenzioni scritte e non scritte sui generi maschio e femmina.
Una riflessione urbana sulla ricerca dell’identità affettiva, un’occhiata alle inquietudini che spesso accomunano eterosessualità, omosessualità e bisessualità, una critica all’intolleranza in senso generale.
A quest’ultimo proposito mi è piaciuto molto l’intervento dell’autore, soprattutto per la frase “tolleranza è una parola intollerante per natura”.
Un libro che tiene conto dell’evoluzione e dell’involuzione naturale delle cose.
Un libro attuale.
Cesare Quadrifogli
Il fidanzato delle ragazze (voce di Caterino)
“il concetto di diversità non si esaurisce mai, semplicemente si trasforma”
Andrea e Caterino sono due viandanti interiori, risucchiati da un viaggio che perde la cognizione del tempo e dello spazio, all'interno di domande che non sempre necessitano di risposte.
Alternando le proprie voci e pensieri, filtrano pezzi di vita, percorrendo una strada concentrica, alla ricerca l’uno dell’altro e di se stessi.
Andrea e Caterino sono due viandanti interiori, risucchiati da un viaggio che perde la cognizione del tempo e dello spazio, all'interno di domande che non sempre necessitano di risposte.
Alternando le proprie voci e pensieri, filtrano pezzi di vita, percorrendo una strada concentrica, alla ricerca l’uno dell’altro e di se stessi.
Era saltata la luce. E non tornava.
Completamente nudi, io e Andrea ci siamo seduti a mangiare la frutta sul tappeto.
La grande candela in mezzo al tavolino profumava di vaniglia e ci disegnava strani volti in volto.
Dico: “parlami come se non fossi io”
Dice: “non ho problemi a parlare con te di nessuna cosa, neppure la più segreta, lo sai”
Dico: “non è la stessa cosa, parlami come se non fossi io”
Quando si parla con qualcuno con cui si ha molta confidenza, si sente di poter dire qualunque cosa, è vero.
Ma spesso i tempi sono inopportuni, ci si aspetta sempre che la conversazione debba avere attinenza con quel che si sta dicendo. Un concetto volante sulla qualità sacra dell’orgasmo clitorideo, raramente si ferma sulla spalliera del divano dove si sta parlando di politica ambientale.
A volte poi, non si dicono cose che sappiamo essere già state capite, dimenticando quanto sia liberatoria la parola detta.
Così, ci sono pensieri che si incollano alle pareti interne del cervello e non trovano mai la conversazione giusta per esprimersi.
Dice: “ci credi se ti dico che dentro mi sento uomo?”
(...)
Non riesco a staccare lo sguardo da quel grosso ragno peloso. La sua forma, con tutte quelle zampe, è disgustosamente ipnotica. Sono sempre stato aracnofobico.
Lo odio e mi ripugna mentre sta violando lentamente la mattonella azzurra vicino allo specchio.
Avevo circa dodici anni quando i miei fecero la loro prima vacanza all’estero. Quell’anno io restai con i nonni al mare, insieme a mia sorella più grande.
Ero contento perché i nonni andavano a letto presto e ci consentivano di uscire un po’ dopo cena, con la promessa di tornare entro le dieci. Abitavamo proprio nel centro del paese e tutta la vita si concentrava nella piazza di fronte alla nostra casa.
Alla fine di agosto, tutti gli anni, organizzavano una sagra di pesce, per recuperare i fondi per i lavori di manutenzione della chiesa.
Venivano allestiti gli stands in circolo, nel grande campo subito fuori del paese e per i ragazzi era una festa. Io gli altri anni non riuscivo mai a parteciparvi perché rientravo sempre in città prima dell’inizio.
La prima sera eravamo tutti infiocchettati e io presi accordi di libertà reciproca con mia sorella.
Io e lei arrivammo prima di tutti. Era ancora tutto chiuso e c’erano solo i primi coordinatori che iniziavano ad accendere luci e fornelli.
Si avvicinò il ragazzino del cuore di mia sorella e si appartarono a chiacchierare, lasciandomi solo a vagare per le panche, mentre aspettavo gli amici.
Da dietro il bancone che si trovava all’estremità esterna del cerchio, mi chiamò un signore vestito di bianco, con un berretto simile ai fornai, che stava spostando dei fusti di birra. Ero contento di potermi rendere utile, fosse anche solo per scappare alla noia dell’attesa.
Aveva la voce gentile e accese lo stereo come per farmi un piacere.
Eravamo dietro le pareti ondulate di metallo, dentro il casotto, quando improvvisamente
Completamente nudi, io e Andrea ci siamo seduti a mangiare la frutta sul tappeto.
La grande candela in mezzo al tavolino profumava di vaniglia e ci disegnava strani volti in volto.
Dico: “parlami come se non fossi io”
Dice: “non ho problemi a parlare con te di nessuna cosa, neppure la più segreta, lo sai”
Dico: “non è la stessa cosa, parlami come se non fossi io”
Quando si parla con qualcuno con cui si ha molta confidenza, si sente di poter dire qualunque cosa, è vero.
Ma spesso i tempi sono inopportuni, ci si aspetta sempre che la conversazione debba avere attinenza con quel che si sta dicendo. Un concetto volante sulla qualità sacra dell’orgasmo clitorideo, raramente si ferma sulla spalliera del divano dove si sta parlando di politica ambientale.
A volte poi, non si dicono cose che sappiamo essere già state capite, dimenticando quanto sia liberatoria la parola detta.
Così, ci sono pensieri che si incollano alle pareti interne del cervello e non trovano mai la conversazione giusta per esprimersi.
Dice: “ci credi se ti dico che dentro mi sento uomo?”
(...)
Non riesco a staccare lo sguardo da quel grosso ragno peloso. La sua forma, con tutte quelle zampe, è disgustosamente ipnotica. Sono sempre stato aracnofobico.
Lo odio e mi ripugna mentre sta violando lentamente la mattonella azzurra vicino allo specchio.
Avevo circa dodici anni quando i miei fecero la loro prima vacanza all’estero. Quell’anno io restai con i nonni al mare, insieme a mia sorella più grande.
Ero contento perché i nonni andavano a letto presto e ci consentivano di uscire un po’ dopo cena, con la promessa di tornare entro le dieci. Abitavamo proprio nel centro del paese e tutta la vita si concentrava nella piazza di fronte alla nostra casa.
Alla fine di agosto, tutti gli anni, organizzavano una sagra di pesce, per recuperare i fondi per i lavori di manutenzione della chiesa.
Venivano allestiti gli stands in circolo, nel grande campo subito fuori del paese e per i ragazzi era una festa. Io gli altri anni non riuscivo mai a parteciparvi perché rientravo sempre in città prima dell’inizio.
La prima sera eravamo tutti infiocchettati e io presi accordi di libertà reciproca con mia sorella.
Io e lei arrivammo prima di tutti. Era ancora tutto chiuso e c’erano solo i primi coordinatori che iniziavano ad accendere luci e fornelli.
Si avvicinò il ragazzino del cuore di mia sorella e si appartarono a chiacchierare, lasciandomi solo a vagare per le panche, mentre aspettavo gli amici.
Da dietro il bancone che si trovava all’estremità esterna del cerchio, mi chiamò un signore vestito di bianco, con un berretto simile ai fornai, che stava spostando dei fusti di birra. Ero contento di potermi rendere utile, fosse anche solo per scappare alla noia dell’attesa.
Aveva la voce gentile e accese lo stereo come per farmi un piacere.
Eravamo dietro le pareti ondulate di metallo, dentro il casotto, quando improvvisamente
(...)
Mi sforzo di avvicinarmi al grosso ragno e lo osservo bene. Lui sta fermo sulla mattonella azzurra, intuisce il pericolo e si fa studiare ogni pelo. E’ rivoltante.
Mi obbligo a toccarlo con la punta dell’indice proprio nel centro del suo corpo nero e lui sta ancora fermo, incurvandosi solo leggermente sotto il dito.
Ho voglia di schiacciarlo come una frittata sotto la suola della scarpa che ho già in mano, sentire il rumore della sua immonda struttura che si frantuma, vedere le sue viscere esplose, incollate sulla mattonella.
Ma sono riuscito a toccarlo e ne sono fiero.
Sono io il più forte.
Lo faccio salire sulla carta patinata di una rivista e lo butto con forza fuori dalla finestra. Vivo.
tratto dal libro "Il fidanzato delle ragazze"
Mi obbligo a toccarlo con la punta dell’indice proprio nel centro del suo corpo nero e lui sta ancora fermo, incurvandosi solo leggermente sotto il dito.
Ho voglia di schiacciarlo come una frittata sotto la suola della scarpa che ho già in mano, sentire il rumore della sua immonda struttura che si frantuma, vedere le sue viscere esplose, incollate sulla mattonella.
Ma sono riuscito a toccarlo e ne sono fiero.
Sono io il più forte.
Lo faccio salire sulla carta patinata di una rivista e lo butto con forza fuori dalla finestra. Vivo.
tratto dal libro "Il fidanzato delle ragazze"
Il fidanzato delle ragazze (voce di Andrea)
Leonarda possedeva l’irrequietezza delle forme. Non riusciva a nascondere la sensualità del suo corpo, malgrado lo scudo di maglioni messi a strati, con eleganza, uno sopra l’altro.Il suo stile nel vestire anticipava l’attesa di sbucciarsi come un frutto, anziché spogliarsi, la sera.
Questo era il suo modo di indugiare nella ricerca degli amici o del rapporto perfetti, da cui valesse la pena farsi mangiare.
Quella sera, davanti alla sua pizza di compleanno, con la tavola imbandita di persone care, mi disse che nel gioco della coniugazione dei verbi, amava l’Imperfetto, perché nulla dava l’idea della perfezione come un Imperfetto messo al posto giusto.
Così anche nella mia vita, pensavo io, rincorrendo col pensiero le mie dilette incoerenze.
(...)
A scuola il professore di lettere credeva che copiassi i temi da un ipotetico libro dei temi.
Mi obbligava a fare il compito nel banco solitario vicino alla lavagna, togliendomi la dignità e anche il vocabolario; nonostante questo, quando lo correggeva, mi guardava lo stesso con sospetto.
Diceva che i miei scritti non erano in linea con la mia età e con il livello scolastico, erano troppo maturi. Mi infastidiva il fatto che non mi credesse, però sotto sotto, mi sentivo lusingata. Significava che avevo il dono di suonare le parole ad orecchio. Ero un disastro in grammatica, storia e matematica ma mi esprimevo in scrittura come con la musica, ad orecchio.
Il prof non leggeva dentro le righe, vedeva solo che la forma non corrispondeva ai suoi canoni limitati. Vedeva l’involucro esterno dei miei pensieri senza capire che, in realtà, era amore per l’introspezione. Ricerca di equilibrio interiore prima che sintattico.
Quando ero perplessa suonavo, per ore, al buio della mia cantina rivestita da antichi contenitori grigi, che un tempo avevano ospitato uova. Non ricordo chi mi aveva detto che quel particolare tipo di confezione in cartone assorbiva i rumori, ma salvavano davvero i sonni del mio vicino.
E così il suono che producevo nel Sax era solo mio, un soliloquio rilassante come un momento di autoerotismo. Un regalo di piacere trasparente, quando hai bisogno di comunicare solo con te stesso, nonostante il mondo.
Quando ero perplessa scrivevo, anche.
Resoconti di viaggi che ancora non avevo fatto e di vite che ancora non avevo vissuto.
(...)
Ero su un grande aereo che stava sorvolando un deserto arido e assolato.
Dappertutto c’era luce accecante e avevo i timpani chiusi dall’altezza.
Non ricordavo dove stessi andando, né perché ci stessi andando. Facevo un grande sforzo per dare un significato a quel mio viaggio, cercavo di focalizzare nella memoria il motivo, il momento della partenza, ma non ci riuscivo.
Non c’erano altri passeggeri, il pilota non comunicava niente, non c’erano hostess, l’aereo era enorme e desolatamente vuoto. Non osavo andare in cabina di pilotaggio e mi sentivo completamente sola, lì sopra.
Non finiva mai, non atterrava mai, guardavo fuori dal finestrino e vedevo solo sabbia sterminata e sole.
A un certo punto ho visto un piccolissimo punto in mezzo al deserto.
Ho strizzato gli occhi per metterlo a fuoco e ho riconosciuto Caterino in costume da bagno che salutava verso l’alto con una mano e con l’altra teneva il mio Sax, con i piedi affossati nella sabbia. Lo suonava e potevo addirittura sentirne la musica.
Che strana euforia! Ho urlato verso la cabina di atterrare subito ma non ho avuto nessuna risposta. Allora mi sono affacciata e, al posto del pilota, ho visto un manichino, di quelli che mettono nei negozi di abbigliamento da uomo, con le braccia rigide piegate e la faccia dipinta.
Sono corsa al mio posto e sotto il sedile non c’era nulla che assomigliasse ad un paracadute.
Senza esitazione sono andata verso il portellone e l’ho aperto. Mi ha investito una forte ventata e il portello è saltato dai cardini, volando via.
Guardando giù, vedevo ancora Caterino che salutava e continuava a suonare.
Mi sono buttata senza pensarci troppo, per paura di avere paura. Il cuore mi è saltato in gola, non respiravo e non riuscivo a tenere gli occhi aperti.
Poi, quasi subito, ho scoperto di saper volare, di riuscire a controllare la discesa e stranamente non ne ero sorpresa.
Ho iniziato a volteggiare nell’aria con strane acrobazie e sono atterrata delicatamente vicino a lui, che ha smesso di suonare e mi ha sorriso.
In quel momento mi sono accorta che il fondo non era sabbia ma una morbida moquette beige e intorno c’era una foresta rigogliosa, verde e selvaggia.
Risveglio asciutto.
Quindici quasi Diciassette
Chissà dove avevo sbagliato.
Così adesso stavamo volando, le ruote alzate da terra, il motore fuori giri, l’inarrestabile discesa fangosa, il vigneto maturo più in basso che ci saliva incontro.
Entriamo istantanei fra due filari della vigna ordinata, con le piante spaventate tutte aggrappate al doppio filo di metallo che le sorregge per l'intera pendenza e già mi sembra un successo averla infilata senza urtare i pali di cemento che la delimitano.
Un’infinità di pampini e legni nodosi stridono e graffiano la vernice e sfrecciano fuori dai finestrini aperti, acini già pronti alla raccolta si appoltigliano sulla carrozzeria e qualcuno salta dentro indispettito, per vendicarsi che quest’anno non diventerà vino.
Immagino la rossa faccia furibonda del contadino mentre guarda quella nostra vendemmia insolita.
Forse ho interpretato male quel “dosso 6” oppure Fabio, il mio coraggioso e insostituibile navigatore storico, ha sottovalutato il rinculo degli ammortizzatori sulle note del giro di prova.
Mi viene da ridere.
Ho un sacco di tempo per pensarci.
O così sembra ai miei sensi, dilatati dall’adrenalina.
Fabio è in simbiosi con la macchina almeno quanto lo è con me. Sa come reagisce l’auto a ogni determinato comando, sterzata o frenata che faccio.
Spesso anticipa i miei movimenti e la sua fiducia incrollabile nella mia guida a volte stupisce anche me.
Siamo amici da sempre, uniti da una fratellanza che va oltre il legame di sangue, non ricordo un ricordo che non lo contenga.
(...)
Comunque sia andata, usciti dalla curva “sinistra 3” ho dato più velocità e subito dopo la curva successiva “destra 5” siamo decollati diritti come fusi dal “dosso 6” verso l’infinito.
Perchè non è ancora finito il salto.
Stiamo ancora volando.
La vigna in discesa, la velocità che non diminuisce, forse a causa del fondo scivoloso che pela le gomme, le imprecazioni ovattate dell’uva che ci passa accanto veloce e si spiaccica ovunque, colorando di viola il parabrezza.
Il viola. Ho sentito da poco parlare del fatto che il colore viola porti sfortuna, ma non ricordo a chi e perchè. Non ricordo perchè gli attribuiscono poteri nefasti di sfiga ad oltranza.
Il viola è anche il colore rappresentativo di una squadra di calcio.
Non lo seguo molto come sport però quella squadra, in effetti, non va tanto bene in campionato.
Mica tanto. Sarà vero che porta un po' di sfiga quel colore?
E mi torna da ridere.
Riesco a prendermi in giro con le stupidaggini anche in un momento come questo.
Fabio accanto a me è in completa aderenza al sedile che lo abbraccia con le cinture, le ginocchia lievemente alzate pronte al movimento e le braccia in avanti a proteggere il viso. E non emette neanche un suono.
Chissà se anche lui avverte la dilatazione temporale dell’adrenalina.
Con gli occhi attenti e lo sguardo esteso pare studiare il percorso per me, come fa sempre, quasi stia scegliendo la strada migliore, come se ce ne fossero più di una da scegliere, dentro questo dannato tubo di uva, quasi possa stabilire lui dove ci fermeremo, perchè prima o poi dovremo pur fermarci!
Vedo che trattiene il respiro, o meglio, ottimizza la respirazione al minimo consentito per rafforzare la concentrazione. Le narici dilatate pulsano ritmicamente ma non entra aria lì dentro. Il filo d’ossigeno passa direttamente dalla bocca, fra i denti chiusi, senza il rallentamento selettivo dei filtri nasali.
In questa immobilità valutativa, ogni tanto gira uno sguardo rassicurante e indefinibile verso di me e piega le labbra verso l’alto, in positivo, come per dirmi: “tranquillo, sto decidendo la strada migliore”.
tratto dal libro "Quindici quasi Diciassette"
Così adesso stavamo volando, le ruote alzate da terra, il motore fuori giri, l’inarrestabile discesa fangosa, il vigneto maturo più in basso che ci saliva incontro.
Entriamo istantanei fra due filari della vigna ordinata, con le piante spaventate tutte aggrappate al doppio filo di metallo che le sorregge per l'intera pendenza e già mi sembra un successo averla infilata senza urtare i pali di cemento che la delimitano.
Un’infinità di pampini e legni nodosi stridono e graffiano la vernice e sfrecciano fuori dai finestrini aperti, acini già pronti alla raccolta si appoltigliano sulla carrozzeria e qualcuno salta dentro indispettito, per vendicarsi che quest’anno non diventerà vino.
Immagino la rossa faccia furibonda del contadino mentre guarda quella nostra vendemmia insolita.
Forse ho interpretato male quel “dosso 6” oppure Fabio, il mio coraggioso e insostituibile navigatore storico, ha sottovalutato il rinculo degli ammortizzatori sulle note del giro di prova.
Mi viene da ridere.
Ho un sacco di tempo per pensarci.
O così sembra ai miei sensi, dilatati dall’adrenalina.
Fabio è in simbiosi con la macchina almeno quanto lo è con me. Sa come reagisce l’auto a ogni determinato comando, sterzata o frenata che faccio.
Spesso anticipa i miei movimenti e la sua fiducia incrollabile nella mia guida a volte stupisce anche me.
Siamo amici da sempre, uniti da una fratellanza che va oltre il legame di sangue, non ricordo un ricordo che non lo contenga.
(...)
Comunque sia andata, usciti dalla curva “sinistra 3” ho dato più velocità e subito dopo la curva successiva “destra 5” siamo decollati diritti come fusi dal “dosso 6” verso l’infinito.
Perchè non è ancora finito il salto.
Stiamo ancora volando.
La vigna in discesa, la velocità che non diminuisce, forse a causa del fondo scivoloso che pela le gomme, le imprecazioni ovattate dell’uva che ci passa accanto veloce e si spiaccica ovunque, colorando di viola il parabrezza.
Il viola. Ho sentito da poco parlare del fatto che il colore viola porti sfortuna, ma non ricordo a chi e perchè. Non ricordo perchè gli attribuiscono poteri nefasti di sfiga ad oltranza.
Il viola è anche il colore rappresentativo di una squadra di calcio.
Non lo seguo molto come sport però quella squadra, in effetti, non va tanto bene in campionato.
Mica tanto. Sarà vero che porta un po' di sfiga quel colore?
E mi torna da ridere.
Riesco a prendermi in giro con le stupidaggini anche in un momento come questo.
Fabio accanto a me è in completa aderenza al sedile che lo abbraccia con le cinture, le ginocchia lievemente alzate pronte al movimento e le braccia in avanti a proteggere il viso. E non emette neanche un suono.
Chissà se anche lui avverte la dilatazione temporale dell’adrenalina.
Con gli occhi attenti e lo sguardo esteso pare studiare il percorso per me, come fa sempre, quasi stia scegliendo la strada migliore, come se ce ne fossero più di una da scegliere, dentro questo dannato tubo di uva, quasi possa stabilire lui dove ci fermeremo, perchè prima o poi dovremo pur fermarci!
Vedo che trattiene il respiro, o meglio, ottimizza la respirazione al minimo consentito per rafforzare la concentrazione. Le narici dilatate pulsano ritmicamente ma non entra aria lì dentro. Il filo d’ossigeno passa direttamente dalla bocca, fra i denti chiusi, senza il rallentamento selettivo dei filtri nasali.
In questa immobilità valutativa, ogni tanto gira uno sguardo rassicurante e indefinibile verso di me e piega le labbra verso l’alto, in positivo, come per dirmi: “tranquillo, sto decidendo la strada migliore”.
tratto dal libro "Quindici quasi Diciassette"
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